Tarzan e lo zoo

Tra gli eroi d’infanzia avuti in dote c’è Tarzan, di cui oggi si celebra la giornata a lui dedicata. E spulciando qualcosa su di lui mi sono accorto di una cosa che non sapevo: l’autore dei suoi romanzi, Edgar Rice Burroughs, prese ispirazione da Romolo e Remo: i due mitologici gemelli figli di Rea Silvia, discendente di Enea, e di Marte che sono all’origine della fondazione di Roma, che furono abbandonati alla corrente del fiume Aniene e allattati da una lupa.

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Sette porte da aprire insieme: progetti da condividere

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A volte ci si incontra per strada mentre si sta andando da qualche parte e si scopre che si è diretti nello stesso posto e allora si fa un pezzo di strada insieme. In compagnia, in genere, si viaggia bene se quest’ultima è buona, è ovvio. Altre volte non si sa con esattezza dove andare e allora vedere che qualcuno si dirige deciso verso una meta dà l’ispirazione per muoversi nella stessa direzione, o quasi. E questo è importante soprattutto quando, per vari motivi, si è restati un po’ fermi, come è accaduto in questi due anni di covid per molti. Per queste ragioni voglio qui condividere qualche luogo fisico o in termini di percorsi che voglio intraprendere.

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Quando ti chiedono: com’è andato lo spettacolo?

Quando fai uno spettacolo ci sono quelli che vengono a vederti e quelli che ti chiedono «Com’è andata?». E noto che questi sono in netta maggioranza. Ma che te devo racconta’, se ci tieni vieni, guardati lo spettacolo la prossima volta e non rompere i coglioni! Per cui non ritengo questa domanda del tutto sincera. Non è che a questi soggetti importi davvero di te e del tuo show. In realtà sono interessati a se stessi e al loro tentativo di piacere a tutti o almeno a quante più persone possibili. E tu sei un numerino, uno dei tanti. Te ne accorgi anche perché non aspettano manco la risposta. Fanno solo domande: «E tua moglie come sta?». Cazzo ne so vorresti rispondere, so tre anni quasi che sono separato ma non fai in tempo perché esce già la terza domanda: «Il cane lo porti a pisciare la sera?». E tu: gli unici cani che ho sono gli undicimila peluche che mi’ moje m’ha lasciato in casa e che non ho ancora buttato perché fanno volume, dovrò sbarazzarmene a gruppetti.

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Fai un favore ai tuoi follower: posta di meno

Ero in fila dal medico ieri e stamattina. E sono partite le conversazioni di quelli che ne sanno più del governo, che sono più esperti dei medici, che se fosse per loro Gesù sarebbe ancora vivo e Moana Pozzi, buonanima, sempre in attività, insieme a Cicciolina. Per non sentirli piego la testa sul mio smartphone e cerco di leggere le news. Ok, lo ammetto prima sono andato sul profilo Instagram di Valentina Nappi ma ho smesso perché una bigotta mi guardava storto. Allora leggo su Il Messaggero che un ufo a forma di sigaro si è avvicinato alla nostra stazione orbitante. Gli alieni si saranno eccitati pure loro. C’è qualche astronauta donna lassù per caso? Ci andrei pure io a provare l’emozione dell’amore in assenza di gravità. Almeno non mi scendono le palle a terra a sentire le stronzate che spara la gente e a vedere fake news a go go sui nostri quotidiani.

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Le grandi palle della vita

young female blowing huge balloon in sky
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Ma se gonfi un chewing gum come un pallone poi ti trascina in cielo? Se riesci a metterci tutta l’aria che puoi diventa grande? Se ti spolmoni e lo riempi fin dove arriva? Son domande che da ragazzino mi son fatto tante volte quando facevo i miei esperimenti con le Big Babol. Volevo creare una mini-mongolfiera che mi portasse su su su. Ma i risultati arrivavano fino a qualche centimetro e poi c’era l’inevitabile botto. Io intanto ci riprovavo di nuovo. Altro tentativo che facevo era con i palloncini di gomma che, essendo più grandi, in teoria dovevano essere adatti all’uso che intendevo farne. Anche qui c’erano scoppi, un po’ più fragorosi e gomma che mi restava inerte tra le mani. Una volta ci provai anche con il pneumatico di un motorino. Lo gonfiai con il manicotto dell’aria sulla stazione di servizio gestita dai miei. Il tipo continuava a ripetermi basta così, ma io volevo farlo volare quel trabiccolo e quindi davo sempre più aria fino a quando anche quella gomma esplose. Così terminarono i miei esperimenti con le sfere di materiale inerte.

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Il teatro della vecchia sedia

Una vecchia sedia davanti a un portone in via Torre Santa Susanna, alla periferia di Oria (Br).

Chi ha detto che il teatro ha bisogno di attori e spettatori? Basta una vecchia sedia davanti ad un portone, anche se non ci sono persone presenti. Il detto e il non detto, le storie, le immagini sono impresse nel sedile impagliato, nel legno, nei chiavistelli, nelle chianche come nella foto qui sopra. Il teatro è nelle cose, negli oggetti, soprattutto se consumati dal tempo. Un’immagine può coglierne un attimo che sa di infinito ma accostando l’orecchio potrai ascoltare frammenti di tante conversazioni e aguzzando gli occhi potrai vederci chi si è avvicendato su quella sedia, bambini che ci hanno giocato vicino, donne del sud con i loro vestiti lunghi, ragazze che palpitano in attesa che qualcuno le noti… La vita scorre e bagna i luoghi e i manufatti che tocca. Questa è la prima drammaturgia che uno scrittore non fa altro che trascrivere e un attore reinventare, si spera, con movimenti, parole, ritmi, pause, ecc. In questo senso è già tutto accaduto, tutto già scritto. Non resta che ricordare, richiamare alla memoria a partire dai segni che si colgono, a patto di prestare loro attenzione. C’è un campo quantistico di infinite possibilità che tutto sottende, in cui ogni sviluppo è possibile, in cui ogni storia può essere raccontata e nel quale tutte le storie del mondo sono fra loro intrecciate, dal Moby Dick alle Mille e una notte, dall’Amleto ai canovacci della Commedia dell’Arte, dal Mahābhārata al Pinocchio di Collodi, dalle favole africane a quelle degli Inuit.

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I dormienti, il bene e la giustizia

Metti sette fratelli, ai tempi delle persecuzioni cristiane. Cerca di farli inginocchiare davanti agli idoli pagani perché rinneghino la loro religione. Se non lo fanno decapitali e amen. Poi finiranno nel libro dei martiri, specie se prima resistono a prove terribili come, ad esempio, al tentativo di bruciarli vivi. Sembra la trama agiografica dei tanti cristiani perseguitati di quel periodo. I santi medici, per esempio, prima che fossero decollati furono lapidati ma le pietre rimbalzavano. Furono gettati in un dirupo ma i lacci si sciolsero prima. Subirono, insomma, cinque supplizi, quasi a sottolineare che erano, appunto, in cinque. I sette dormienti, invece, subiscono una sorte diversa e più affascinante. Dapprima si cerca di farli convertire in modo forzato ma loro rifiutano. E a questo punto invece di subire pene e afflizioni, vengono rilasciati. Allora vanno a nascondersi in una grotta. Solo uno di loro, di tanto in tanto, esce per procurare i viveri travestendosi da mendicante. Vengono tuttavia scoperti e murati vivi nella grotta. Tutti si dimenticano di loro e dopo duecento o trecento anni, a seconda della versione, vengono ritrovati nell’antro dove si erano appartati. Invece dei cadaveri li ritrovano vivi: nel frattempo avevano dormito. Teatro di questa vicenda è Efeso e loro diventeranno sette santi venerati sia dalla chiesa cattolica sia dalla chiesa ortodossa.

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La corda, il colapasta e la tromba

Conosci i culacchi? Si tratta di racconti più brevi, rispetto ai più noti “Cunti”. Di solito sono satirici, a sfondo anti-clericale e si tramandano di generazione in generazione in Salento nella cultura popolare. Varie bocche in paese li raccontano e li abbelliscono a proprio gusto. A volte il soggetto è qualche aspetto più o meno buffo del costume. Altre volte ancora riprendono dei fatti curiosi, non importa se accaduti davvero o no. Un tempo erano queste le narrazioni della cronaca popolare, in modo non diverso da quel che faceva Matteo Bandello nel 1500 nelle sue Novelle. La prosa, poi, può anche ricordare quella comica e fulminea di François Rabelais. I culacchi più noti sono quelli di Papa Galeazzu, vera e propria maschera di Lucugnano, frazione di Tricase, protagonista di molti episodi picareschi. Più di recente ne ho letto una buona raccolta in Dialettandoci di Vincenzo Sparviero. Nel mio spettacolo Mistero Salentino, ne adopero molti. In questo articolo voglio proporne tre che sono nati dalla mia penna. Per la verità si tratta di tre raccontini che hanno il sapore di questo genere letterario considerato minore. Eccoli qui di seguito. Buona lettura!

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Voglio essere pagato per non fare nulla

Con Carlo Farina a via del Corso a Roma nel 2019

«Che fai porco 🐷? Vai a lavorare!». Questa fu la reazione che mio zio Tommaso ricevette mentre dipingeva una tela su di un cavalletto nel centro storico del suo e mio paese natio, Ceglie Messapica (Br). Correva l’anno 1971, un prozio gli ruppe tutto e gli intimò di tornare a lavorare nei campi. Tommaso, invece, pensò bene di trasferirsi a Roma e di fare il ritrattista a Piazza Navona. Non lontano da questo favoloso e notissimo luogo d’arte e turismo, a via del Corso, nel 2019 ho visto un artista di strada seduto su uno sdraio che con un cartello su cui c’era scritto “Pay me to do nothing” (Pagami per non fare nulla) chiedeva le offerte a cappello ai passanti. Ho subito pensato: che genio!

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Voglio una vita che fa schifo come gli hamburger di Burgez

“Voglio una vita come quella dei film… voglio una vita come Steve McQueen” canta Vasco Rossi in Vita Spericolata. Io da tre giorni a questa parte la voglio come quella di Simone Ciaruffoli.

«Chi capperi è?». Fino a tre giorni fa non sapevo chi fosse. Ora eccomi qui a parlare di lui, della sua schifosa vita e di quanto m’intriga. Perché è un grande imprenditore? Sì, basta guardare cosa è riuscito a fare con Burgez. Perché è stato un sceneggiatore di successo? Sì, ha vorato per Camera Café e scrive in un modo che non riesci a smettere di leggere. Perché è un markettaro figo? Sì e la sua Upper Beast Side lo dimostra.

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