La fiaccola e la svastica in epoca messapica

Ogni età ha le sue insegne, i suoi loghi, i suoi simboli. Uno dei più diffusi di sempre è, per esempio, la croce cristiana. Oppure pensiamo alla mela di Apple. Oppure ancora all’ebraica stella a sei punte. Nel post del 14 agosto mi sono soffermato un po’ su alcuni stemmi cavallereschi del XIV secolo. Oggi voglio andare ancora più indietro nel tempo, fino all’era messapica, dal VI al III secolo a. C.

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La vita armata in paese

Photo by Ricardo Ortiz on Pexels.com

Qui si boccheggia nell’umidità. Sembra di essere in un paese tropicale. Il sudore è perenne, sulla pelle, e non va via nemmeno dopo venti docce. La ventola del pc sta per fondersi pure lei. Il paese è una giungla di cemento a cui aggiungono, ogni giorno, altro cemento. C’è sempre qualche camion betoniera pronto a gettarlo in qualche cantiere. Gli edili con martelli, chiodi, tavole e ferro son sempre pronti a costruire strutture in cui riversarlo. In ragione di un’edilizia pesante, per costruire case pesanti, dove vivere una vita pesante. Nemmeno in questi giorni vacanzieri c’è tregua. Più calcestruzzo per tutti sembra lo slogan di un’unica visione delle costruzioni dentro le quali ogni volta che si immette quella grigia sostanza un architetto da qualche parte nel mondo muore. Come muore il centro storico di Oria, sempre più abbandonato.

Volte a stella? Sì belle, tanta ammirazione ma le coppie giovani, dopo il matrimonio da due milioni di euro in qualche ristorante dove c’è la statua di Padre Pio accanto a quella di Elvis Presley, vogliono vivere nell’appartamento nuovo, dove le porte puzzano ancora di vernice, con il garage, gli infissi con doppi e tripli vetri. Sì belle le volte a stella, ma vuoi mettere lo stucco veneziano e la decorazione finta pietra? E poi con il suv nel centro storico manco ci passi. Vogliono la vita facile, con le case e le macchine pesanti.

Magari in centro ci vanno, in qualche bar in piano però. Niente salite, per carità. Il passeggino lo spingi tu sulle chianche. Quant’è bello sto paese! Da farci selfie e storie. Per carità, belli anche gli angoli che dei volontari hanno tinteggiato e adornato con fiori e oggetti di arredo urbano. Magari ad averci un b&b nel centro o un bar o un ristorante. Però con il parcheggio vicino. Perché senza parcheggio la gente come fa a venire? Ci facciamo venire i turisti. Li ospitiamo. Mettiamo la movida. Ma, per carità, a dormire, a vivere, a crescere i figli andiamo da un’altra parte, con il mutuo della banca, tanto abbiamo due stipendi: quello delle forze armate del marito e quello da maestra di lei. Il cemento diventa solido, armato, indistruttibile, o quasi. Questa è la sicurezza: i pilastri dell’abitazione e il posto fisso. Poi ci si può aggiungere il cane da portare a pisciare la sera, però piccolo, magari piccolissimo, un cane-topo, che mangi poco e che cachi degli stronzettini facili da raccogliere da terra.

Questa è la vita e giù a rigare dritto. Tanto ci sono ferie e malattia, nel caso, pagate. Il pediatra sempre a disposizione per i bambini, la macelleria a pochi isolati, il supermercato dove far bella mostra del suv comprato a rate. Poi magari ogni tanto si va in pizzeria ma bisogna far economia però. O si fa una passeggiata: si gira e si rigira, all’infinito, in macchina, ma piano che la benzina costa tanto. E quando facciamo l’amore, una volta ogni morte di papa per la verità, niente rumori e urli. Ma la villetta non è nuova e costruita con il cemento armato, isolata dalle altre? Sì, ma la cosa strana è che le urla di quando si scopa e si litiga e i bambini strillano, a volte in ordine sparso, si sentono dappertutto. Sono amplificate da questi casermoni nuovi. Non si può avere tutto dalla vita. Qualche sacrificio bisogna farlo. Magari però invece di tenere sempre accese i led della luce in casa si poteva fare qualche finestra più grande. Non lo so, il geometra dice che questo vuole il regolamento.

L’azzurra estate in paese

Domenica d’agosto in paese, in periferia. Tutto tace tranne la ventola a tutta forza del ventilatore che mi sta rosolando con aria calda e umida. Sotto le mie mani sento il ticchettio di una tastiera nera comprata dai cinesi, tanto grande quanto dura: su ogni tasto ci vuole una pressione di chili e chili perché vada giù. E a volta occorre pigiare più volte un tasto perché funzioni. Così faccio ginnastica per le mani. Sono solo in casa. Lo so che stai pensando: perché non vado al 🌊 mare come tutti, o quasi. C’è già stata per me una stagione, da bambino, in cui m’incantavo a vedere la distesa azzurra già da lontano. Ora sono una creatura che intanto non ama il caldo. Semmai me ne andrei in ⛰ montagna. E prima o poi lo farò. Credo che le cime delle alpi ma anche degli appennini abbiano molto da raccontarmi.

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La Grande Fame di Oria

Sono stato al Generation Film Fest per le tre sere, dall’otto al dieci luglio 2021, nelle quali si è svolta la prima edizione di una manifestazione che non solo merita di essere ripetuta negli anni ma che ha aperto una serie di necessità e possibilità. Sono iscritte nello stesso concept dell’evento pensato da Nadia Carbone: in quel passaggio generazionale che dà il titolo al tentativo del cinema di raccontare le generazioni. E questo è stato fatto dai primi registi e dal primo sceneggiatore invitati raccontare una pellicola a testa che è stata realizzata con le mani loro e dei collaboratori, per lo più giovani, con cui hanno lavorato. Quindi qui ora credo valga la pena raccontare qualcosina per i tanti che c’erano e per coloro che adesso inizieranno ad incuriosirsi.

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Al Bar delle Coincidenze

Nel luglio 2019 ho sognato il museo del cinema alla Mole Antonelliana a Torino. Ero lì dentro e la visitavo. Mi sveglio e contrariamente alle mie abitudini accendo subito la tv mentre danno un documentario proprio su quel museo. Per uno che pensa al cinema sin da bambino come me è già una bella coincidenza di quelle che ti fanno saltare e credere davvero sulle combinazioni, per la verità sempre all’opera, dell’universo. Ma la cosa non finisce qui. Dopo qualche giorno guardo al Al bar dello sport, film del 1983 con Lino Banfi e Jerry Calà nel quale c’è una scena girata proprio sul terrazzo della Mole.

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Nel nome di Oria

Ogni città ha il suo doppio. Ciascuna cresce in terra ma anche nel nome. Solo che della prima, mancando le parole, non ne puoi parlare. Ti resta solo la possibilità di raccontare l’altra. Ci riflette su Italo Calvino ne Le città invisibili. E grazie a lui allora diciamo che la città è il suo nome o, meglio, la sua serie di nomi, un po’ come le stratificazioni attraverso le quali un centro urbano cresce. Una volta fissate le mura si crede che una città resterà in eterno quella. Ma con il passare delle generazioni mura e strade, un tempo lontane dalle case, vengono inglobate. E cambia quindi la linea della città, che oggi gli urbanisti chiamano Skyline, il suo volto ma anche il modo in cui il suo nome risuona, la sua pronuncia che segue le evoluzioni linguistiche che i glottologi studiano. E chi viene a Oria, in provincia di Brindisi, si accorge di come questi nomi di continuo siano evocati, ripetuti, scritti e tramandati. Basta, per esempio, arrivarci ad agosto durante la rievocazione storica legata a Federico II per sentir pronunciare il nome della città come Orea. Pensi che sia il femminile di una nota marca di biscotti, salvo l’accento sula prima o, ma scopri che invece ha a che fare con il Medioevo: qui lo respiri, lo tocchi, ne vedi i segni soprattutto nelle stradine del Quartiere Ebraico e nelle torri del Castello Normanno-Svevo che domina la città. Gli Ebrei che intorno all’anno Mille avevano qui uno dei centri più importanti del mondo allora conosciuto chiamarono Or-Jàh la città. I Longobardi ne fecero la roccaforte più avanzata nel Salento, tanto che vicino ad essa sorgeva il Limitone dei Greci, un ipotetico muro di difesa bizantino nel tentativo di arginare la loro espansione.

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Voglio essere pagato per non fare nulla

Con Carlo Farina a via del Corso a Roma nel 2019

«Che fai porco 🐷? Vai a lavorare!». Questa fu la reazione che mio zio Tommaso ricevette mentre dipingeva una tela su di un cavalletto nel centro storico del suo e mio paese natio, Ceglie Messapica (Br). Correva l’anno 1971, un prozio gli ruppe tutto e gli intimò di tornare a lavorare nei campi. Tommaso, invece, pensò bene di trasferirsi a Roma e di fare il ritrattista a Piazza Navona. Non lontano da questo favoloso e notissimo luogo d’arte e turismo, a via del Corso, nel 2019 ho visto un artista di strada seduto su uno sdraio che con un cartello su cui c’era scritto “Pay me to do nothing” (Pagami per non fare nulla) chiedeva le offerte a cappello ai passanti. Ho subito pensato: che genio!

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Parte il festival internazionale del teatro in delivery

La Primavera è vicina, si vuole uscire, goderne, fare delle passeggiate, stare all’aria aperta ma l’Italia e buona parte del mondo dovrà starsene chiusa in casa, o quasi, per via della pandemia che da un anno a questa parte condiziona la nostra esistenza. Molte cose che prima si potevano fare ora non sono possibili e non si sa fino a quando. Una di queste era il godersi uno spettacolo a teatro. Ma dal 4 dicembre 2020 il Barbonaggio teatrale Delivery di Ippolito Chiarello (Nasca Teatri di Terra) e tutte le realtà artistiche che hanno aderito alla rete delle USCA (Unità speciali di continuità artistica), da lui fondata, hanno raggiunto migliaia di spettatori e mantenuto un rapporto dal vivo molto importante in questo momento storico di chiusura dei teatri.

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