Storie intorno a un buco: stralci di un racconto inedito

Foto di FOX

Certe volte le storie si presentano come dei buchi più o meno profondi che fanno venire le vertigini. Tu ci passi vicino e hai come la sensazione di trovarti nei pressi di un buco nero o, meglio, immagini questo dato che nessuno ha avuto questa esperienza, se non nella fantascienza, nell’immaginazione. Però i buchi, piccoli o grandi che siano, ci sono nelle nostre vite e a tanti livelli: dai pozzi, a volte pericolosi e mortali come accadde per Alfredino, agli oblò rovesciati, come avvenne per i passeggeri della Concordia, alle torri dei castelli, lunghi cilindri irti sui colli delle città, e alle loro feritoie. Da qui passano leggende e racconti buoni per i turisti ma anche per qualche drammaturgo o romanziere che vi si butta dentro, senza sapere se troverà una via d’uscita all’inizio. Per costoro del resto si tratta di giocare così come fanno i bambini. E allora io mi sono divertito a fiondarmici in questi pertugi come facevo quando avevo sei o sette anni. Ne ho recuperato la memoria o ne ho inventato una e ho concepito un sali-scendi che ho chiamato O, il buco della storia di cui voglio pubblicare qui due estratti. Il primo è l’incipit che riporto qui di seguito.

O. 

Questa storia comincia con un cerchietto. Con una O, un buco, un disco.

Sopra c’è scritto:

“… e in quel momento, entrando in un teatro vuoto, un pomeriggio vestito di bianco, mi tolgo la giacca e sul palco m’invento”.

È il titolo di un disco, anche se lunghissimo. Il cantante è Gianni Togni e quel disco ora è la luna, che è pure la canzone nella quale lui canta

“E guardo il mondo da un oblò

mi annoio un po'”.

E la O ora è un oblò. 

Che cos’è un oblò? Immagina che vuoi guardare dalla finestra ma sott’acqua. Se c’è un vetro sottile si romperà ed entrerà l’acqua. Allora abbiamo bisogno di una lastra di vetro più spessa ancorata ad un telaio. Gli oblò li puoi trovare a bordo delle navi, degli aerei e delle navicelle spaziali, ma anche sulle lavatrici e persino negli edifici come nel Complesso delle Lavatrici a Genova, per esempio. In inglese Oblò si dice Porthole. È una parola composta da due elementi: Port e Hole. Port significa portello, feritoia, come quella dei castelli medievali dalla quale si scrutavano i nemici in assedio. Hole significa buco, spiraglio, tana, posto piccolo e brutto. E la storia, si sa, deve sempre passare da qualche buco. Non è forse un buco quel vano stretto e sporco di bitume in cui viene acciambellato il cadavere di Aldo Moro nel cofano della R4? E la breccia di Porta Pia per la quale passarono Carabinieri e Bersaglieri? E cosa sono le foibe se non i buchi che hanno inghiottito militari e civili? 

Ma la nostra O è pure ancora la luna per la quale Gianni Togni dice di avere progetti importanti, di non essere uno dei soliti che fanno canzoni sulla luna. Lui la vuole sposare, le vuole offrire un fiore e la vuole portare a ballare. È disposto a seguirla ovunque:

“Luna ti ho vista dappertutto anche in fondo al mare”.

È il 1980 e la nostra O è uno zero adesso. È lo zero o, se volete, l’inizio, il buco della storia. Pure il teatro dove stiamo adesso è un buco dal quale stasera vi tocca passare tutti. Forse vi mancherà l’aria. È probabile che vi sentirete stretti. Chi ha detto che una storia deve essere comoda? E se fosse stretta stretta come certe vie dove uno grasso fa fatica a passarci in mezzo? Specie in certi paesi che per quanto sono piccoli per definizione vengono chiamati “un buco di paese”. E voi ora vi ci trovate dentro un Asshole: sì, siete capitati in un buco del culo, ve l’ho detto in inglese prima, che sembra più elegante. Certo, dalla luna agli sfinteri il passaggio è stato rapido. Ma voi non vi preoccupate: la vita vi ha abituati a ben altro.  A voi il Mach di un jet, di un aereo da caccia vi fa un baffo. Passare dalle stelle alle stalle per voi è stato un attimo certe volte nella vita. Un cazzo di buco che non hai visto e sei andato giù, magari perché non ti eri accorto che il tombino era aperto. O una buca nell’asfalto e hai sbattuto la capoccia chissà dove. I buchi sono infiniti come quelli sulle cappotte delle auto dopo una grandinata a palle di ghiaccio. Ci sono anche anche i vuoti di chi non c’è più, i buchi nei conti, i buchi allo stomaco: insomma una serie di buchi che non vediamo ma che rendono la vita un colapasta.

Buchi fisici dunque o persino al corpo come il senso di fame che a volte diventa gastrite se non ulcera. Ma qualche volta i buchi sono iniziatici come la caverne dove gli adolescenti della preistoria venivano introdotti con dei rituali nell’età adulta. È in questa fase anche che si inizia a scoprire il corpo della donna come accadde a me e come racconto qui.

L’oblò non è solo quello di Gianni Togni dal quale guarda fuori e si annoia. Per i bambini, che se ne sentono attratti, è il primo elemento che cercano appena entrano in una cabina di una nave da crociera, almeno presumo, perché io in crociera non ci sono mai stato. Non mi piace neanche ora, da adulto. Ma forse da bambino mi sarebbe piaciuto sbirciare da uno di essi come facevo certe volte quando andavo da amici dei miei genitori. Abitavano in una casa dove sul tetto c’erano dei vetri, anche se molto spessi al punto che attraverso di essi si vedevano solo ombre scure al posto di corpi o, meglio, al posto del corpo della figlia degli amici dei miei, di diversi anni più grande di me, che ne avevo sei. Ogni volta che andava a farsi la doccia io ero puntualmente sul tetto a guardare giù quelle forme che solo la mia fantasia poteva ricostruire. Ma intanto mi godevo il piacere un po’ birichino di sbirciare e benedivo chi aveva creato quel punto luce sulla doccia. Era il 1980 e quel finestrino era il punto zero della mia libido sessuale, della scoperta delle femminucce, dell’esplorazione di un paese bello come quelli raccontati da Emilio Salgari. Prima ancora di Postal Market quello era il piacere della mia vista e del mio onanismo ancora allo stato larvale. Una cosa questa perduta, dimenticata, un bug del sistema ormai dato che ora hai la pornografia mondiale quasi in tempo reale attraverso il cristallo dello smartphone. Abitavo in un buco di paese che comincia per O e prosegue per una R, una I e una A: ORIA, con l’accento proprio sulla O e non sulla I. Quindi non si dice ORÌA, come dicono tanti che leggono per la prima volta il nome del paese. Come non si chiamano ORIESI gli abitanti di questa cittadina, come ancora una volta fanno quelli che ne scoprono l’esistenza ma ORITANI, e non ORIATANI come storpiano il nostro nome con il loro dialetto quelli dei paesi vicini.

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