Il bambino re e la pubblicità

Domani porta un tuo disegno a scuola, riceverai un fantastico regalo! Strappai dalle mani del tizio il volantino all’uscita di scuola e prima ancora di fare i compiti mi misi a disegnare un bel re. Un re con la corona in testa, la spada, il mantello rosso e il castello sullo sfondo. Un re che cavalcava un bel cavallo bianco e che aveva la barba. Tutto bello colorato e che mi ricordava le figure del corteo con tanto di tamburi e bandiere del paese che mio padre filmava con la sua cinepresa in super 8. E che regnasse dall’alto del colle sopra la scuola dove vivevo. E che con la sua spada infilzasse ladri, assassini e criminali.

Quando, qualche giorno dopo, ricevetti la lettera che diceva che il mio disegno sarebbe stato premiato non ci credevo. Addirittura ero stato convocato al ristorante Il Cigno Bianco insieme ai miei genitori. Anche se non sapevo che cosa mi avrebbero regalato. Forse la spada? O la corona? Oppure ancora, perché no, tutto il vestito del re? Così lo avrei indossato e avrei sfilato io per le vie del paese. Ne sarei diventato io il re.

Ma mi venne la febbre alta e dovetti restare a letto. Mia madre mi disse di non preoccuparmi per quel regalo. Sarebbe andato mio padre a ritirarlo. Perciò restai sulle spine e attesi il suo ritorno. E iniziai a pensare alle cose da mettere a posto. Prima di tutto andavano sistemati i rapinatori in paese, specialmente quelli che avevano fatto la rapina a mia madre quando avevamo il distributore di carburanti. Poi andava data una lezione ai ladri delle macchine perché ce n’erano davvero tanti. E infine dovevo per forza andare sotto casa della mia bionda amata Tiziana e portarla via sul mio cavallo.

Mio padre a sera tornò e mi disse che in realtà avevano tentato di vendergli un’enciclopedia. Che dovevo farmene? Una ce l’avevo, era in bella mostra nella libreria, si chiamava I Mondi dell’uomo e già avevo iniziato a sfogliare e leggere i tanti volumi. E così feci la mia prima esperienza con le promesse dei volantini. Capì subito come funzionano certe frasi, perché si scrivono quel tipo di parole. Ma un regalo c’era comunque ed era una matita a due colori, rosso e blu, come quella che aveva la maestra per correggere i nostri compiti e scrivere i giudizi.

Polaroid di famiglia di Rosa Vitale, 1980.

E capì anche che per fare il re c’era ancora tempo. Per ora un re c’era già ed era mio padre. C’era anche una regina, mia madre, e un altro principino che era mio fratello. Chi avrebbe mai scalfito la nostra fortezza? Avevamo la televisione e il telefono in casa. Avevamo tutto. E anche per conquistare la mia amata ci sarebbero state migliori occasioni. Per ora il mio cuore andava anche a Lamù, la bella aliena sempre in bikini.

E un giorno, forse, avrei fatto disegni ancora più belli e splendenti del mio reuccio a cavallo. Li avrei fatti perfetti come quelli di mio padre, come i suoi quadri a olio o come le sue tempere su muro, le storie di Mosè che aveva dipinto su una parete e il robot sul ponte girevole di Taranto. E mi resi conto che per combattere il crimine forse dovevo costruire un robot in realtà, come Goldrake, o Mazinga Zeta o Jeeg Robot d’Acciaio. Pensai già dove costruire la base e qualche giorno dopo con i miei compagni di scuola iniziammo a scavare. E cominciai a documentarmi da dove avrei tratto l’energia per far funzionare il robot e i razzi che doveva lanciare: dalla fotosintesi clorofilliana che avevo iniziato a leggere sulla mia enciclopedia.

Quindi capì che dovevo studiare anche perché un giorno li avrei scritti io quei volantini per i bambini e i regali li avrei dati davvero. Intanto bisognava andare alla tipografia dove li stampavano e farne stampare altri con su scritto: attenti a quelli che vi promettono regali in cambio di disegni.

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