Nel nome di Oria

Ogni città ha il suo doppio. Ciascuna cresce in terra ma anche nel nome. Solo che della prima, mancando le parole, non ne puoi parlare. Ti resta solo la possibilità di raccontare l’altra. Ci riflette su Italo Calvino ne Le città invisibili. E grazie a lui allora diciamo che la città è il suo nome o, meglio, la sua serie di nomi, un po’ come le stratificazioni attraverso le quali un centro urbano cresce. Una volta fissate le mura si crede che una città resterà in eterno quella. Ma con il passare delle generazioni mura e strade, un tempo lontane dalle case, vengono inglobate. E cambia quindi la linea della città, che oggi gli urbanisti chiamano Skyline, il suo volto ma anche il modo in cui il suo nome risuona, la sua pronuncia che segue le evoluzioni linguistiche che i glottologi studiano. E chi viene a Oria, in provincia di Brindisi, si accorge di come questi nomi di continuo siano evocati, ripetuti, scritti e tramandati. Basta, per esempio, arrivarci ad agosto durante la rievocazione storica legata a Federico II per sentir pronunciare il nome della città come Orea. Pensi che sia il femminile di una nota marca di biscotti, salvo l’accento sula prima o, ma scopri che invece ha a che fare con il Medioevo: qui lo respiri, lo tocchi, ne vedi i segni soprattutto nelle stradine del Quartiere Ebraico e nelle torri del Castello Normanno-Svevo che domina la città. Gli Ebrei che intorno all’anno Mille avevano qui uno dei centri più importanti del mondo allora conosciuto chiamarono Or-Jàh la città. I Longobardi ne fecero la roccaforte più avanzata nel Salento, tanto che vicino ad essa sorgeva il Limitone dei Greci, un ipotetico muro di difesa bizantino nel tentativo di arginare la loro espansione.

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