Narrare il Medioevo

In estate molti comuni del Belpaese amano attrarre e intrattenere turisti attraverso delle manifestazioni che ricordano il Medioevo ed alcuni personaggi di quel periodo storico. In questo tipo di eventi conoscono, di volta in volta, nuove location e nuovi format più o meno originali. Dal Palio di Siena in poi, insomma, sembra esserci una riscoperta di un’età che una volta era considerata buia a causa di saccheggi, guerre, incertezza politica, fazioni e un generale regresso dell’economia, delle arti e delle scienze. La storiografia ha per fortuna ribaltato questo giudizio ingeneroso verso una stagione storica foriera, invece, di studi, di conquiste importanti in ogni campo, di avvenimenti personaggi che oggi, giustamente, ricordiamo. Basti pensare, ad esempio a quel che avveniva nelle biblioteche dei monasteri, su cui si basa il romanzo storico Il Nome della Rosa di Umberto Eco. Per altri versi il Medioevo ci ha dato Dante Alighieri, Francesco D’Assisi, Carlo Magno, San Tommaso e tanti altri. Perciò si assiste ad un fiorire di celebrazioni, presentazioni di libri, giostre medievali, spettacoli, ecc. E qualche volta si cade in una categoria che sarebbe meglio evitare: mi riferisco ad avvenimenti che hanno il sapore, il colore che vorrebbe ricordare il periodo di cui stiamo parlando ma che si risolvono, invece, in carnevalate di cattivo gusto.

A volte, poi, succede che siano degli studiosi a prendere delle madornali cantonate, a scrivere delle agiografie, per esempio, di cui non solo non si sente la necessità ma che sono deleterie nei confronti dei curiosi, di chi per la prima volta si avvicina a un personaggio storico piuttosto che ad un altro. È pur vero che ciò accade soprattutto con eruditi locali i quali se da un lato raccolgono per tutta la vita preziosi documenti su un territorio dall’altro non hanno un respiro ampio come quello di storici del calibro di Marc Bloch, Lucien Febvre, Jacques Legoff e altri. Potremmo liquidare la vicenda con un sorriso di comprensione se non fosse che in questo modo si finisce non solo con il propagandare visioni distorte della storia ma si avvallano veri e propri ribaltoni di fronte ai quali restare zitti vuol dire diventarne complici.

Sia chiaro che non sto qui a dividere il mondo tra illuminati da una parte e oscurantisti dall’altro, anche perché nessuno può dire di esser più colto, più smart, come si dice oggi, superiore a nessun altro. E l’errore è lì sempre dietro l’angolo pronto a farti scendere da qualunque piedistallo. Purtuttavia chiunque vuole avvicinarsi a un argomento, a un certo punto, dopo aver raccolto il materiale che può deve iniziare a categorizzare, a esprimere punti di vista, giudizi. C’è un certo metodo, insomma, dal quale non si può prescindere. Chi, ad esempio, non cita nemmeno una fonte perde immediatamente di autorevolezza. Così come chi esalta un sovrano o un letterato o qualunque appartenente ad un’epoca. Ammesso che la storia sia quella di guerre, matrimoni dinastici, date e guerre. Perché, forse, le cose stanno un po’ diversamente. O, almeno, le si possono inquadrare sotto una prospettiva che non sia evenemenziale.

Non a caso prima ho citato tre storici che fanno parte della Nouvelle Histoire: una corrente di pensiero storico che allargò lo sguardo degli studiosi sulla lunga durata anziché sul susseguirsi continuo di eventi più o meno importanti. Ciò facendo quella scuola comportò lo spostamento dell’oggetto di studio non tanto su Federico Barbarossa, per fare un esempio, ma sulla mentalità diffusa e generale in un periodo non inferiore ai due o trecento anni. Nel quale, sia chiaro, ci sono pure le rivoluzioni, i punti di rottura ma questi meglio si spiegano nella lenta evoluzione. Ciò comporta una grande possibilità, dal mio punto di vista: la narrazione a più ampio raggio nella quale la storia non la fa tanto chi aveva il potere ma ad essa partecipano gli illetterati, la gente comune, il popolo. Abbiamo così un racconto più veritiero, più onnicomprensivo, più avvincente. Lo dico da ex studente di storia e da storyteller oggi. Francesco De Gregori in proposito si è espresso con una canzone mirabile e chiara come La storia siamo noi. In essa tra l’altro si esce dagli ambiti meramente logocentrici per meglio includere le tracce archeologiche, i monumenti, i cambiamenti climatici e tante altre discipline come la sociologia, la psicologia, la criminologia e tante altre ancora.

Un lavoro, questo, forse più complesso di quello compilativo di chi si limita a riportare ciò che altri libri hanno già detto e ridetto. Ma di cui abbiamo molto bisogno, che dà i suoi frutti anche in termini di interesse da parte degli appassionati e dei curiosi, di loro coinvolgimento e di avvincente testimonianza.

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