Il teatro della vecchia sedia

Una vecchia sedia davanti a un portone in via Torre Santa Susanna, alla periferia di Oria (Br).

Chi ha detto che il teatro ha bisogno di attori e spettatori? Basta una vecchia sedia davanti ad un portone, anche se non ci sono persone presenti. Il detto e il non detto, le storie, le immagini sono impresse nel sedile impagliato, nel legno, nei chiavistelli, nelle chianche come nella foto qui sopra. Il teatro è nelle cose, negli oggetti, soprattutto se consumati dal tempo. Un’immagine può coglierne un attimo che sa di infinito ma accostando l’orecchio potrai ascoltare frammenti di tante conversazioni e aguzzando gli occhi potrai vederci chi si è avvicendato su quella sedia, bambini che ci hanno giocato vicino, donne del sud con i loro vestiti lunghi, ragazze che palpitano in attesa che qualcuno le noti… La vita scorre e bagna i luoghi e i manufatti che tocca. Questa è la prima drammaturgia che uno scrittore non fa altro che trascrivere e un attore reinventare, si spera, con movimenti, parole, ritmi, pause, ecc. In questo senso è già tutto accaduto, tutto già scritto. Non resta che ricordare, richiamare alla memoria a partire dai segni che si colgono, a patto di prestare loro attenzione. C’è un campo quantistico di infinite possibilità che tutto sottende, in cui ogni sviluppo è possibile, in cui ogni storia può essere raccontata e nel quale tutte le storie del mondo sono fra loro intrecciate, dal Moby Dick alle Mille e una notte, dall’Amleto ai canovacci della Commedia dell’Arte, dal Mahābhārata al Pinocchio di Collodi, dalle favole africane a quelle degli Inuit.

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