Il teatro della vecchia sedia

Una vecchia sedia davanti a un portone in via Torre Santa Susanna, alla periferia di Oria (Br).

Chi ha detto che il teatro ha bisogno di attori e spettatori? Basta una vecchia sedia davanti ad un portone, anche se non ci sono persone presenti. Il detto e il non detto, le storie, le immagini sono impresse nel sedile impagliato, nel legno, nei chiavistelli, nelle chianche come nella foto qui sopra. Il teatro è nelle cose, negli oggetti, soprattutto se consumati dal tempo. Un’immagine può coglierne un attimo che sa di infinito ma accostando l’orecchio potrai ascoltare frammenti di tante conversazioni e aguzzando gli occhi potrai vederci chi si è avvicendato su quella sedia, bambini che ci hanno giocato vicino, donne del sud con i loro vestiti lunghi, ragazze che palpitano in attesa che qualcuno le noti… La vita scorre e bagna i luoghi e i manufatti che tocca. Questa è la prima drammaturgia che uno scrittore non fa altro che trascrivere e un attore reinventare, si spera, con movimenti, parole, ritmi, pause, ecc. In questo senso è già tutto accaduto, tutto già scritto. Non resta che ricordare, richiamare alla memoria a partire dai segni che si colgono, a patto di prestare loro attenzione. C’è un campo quantistico di infinite possibilità che tutto sottende, in cui ogni sviluppo è possibile, in cui ogni storia può essere raccontata e nel quale tutte le storie del mondo sono fra loro intrecciate, dal Moby Dick alle Mille e una notte, dall’Amleto ai canovacci della Commedia dell’Arte, dal Mahābhārata al Pinocchio di Collodi, dalle favole africane a quelle degli Inuit.

Io ci passo ogni giorno davanti a quella sedia, a pochi metri da casa mia. Di notte e di giorno essa è lì, in attesa che qualcuno ci si sieda, che ci passi davanti o che, semplicemente, la guardi. In essa sono contenute tutte le aie delle masserie del salento, dove “cuntare” cunti e culacchi ma anche cascine del nord e centro Italia dove raccontare miti e leggende. E quella sedia può diventare una barca o una nave, una navicella spaziale, un palazzo, una torre di avvistamento, una grotta, una montagna, una grande pianura… Quella sedia è il castello dei destini incrociati di Italo Calvino, un combinarsi e ricombinarsi caleidoscopico di personaggi, avvenimenti, fatti, ecc. È il teatro dell’Invisibile, matrice dalla quale si costruisce la stessa sostanza dei sogni di William Shakespeare. Essa è impastata prima ancora che con l’immaginazione con l’intuizione. Io ci passo davanti e vivo tutto questo e molto altro in un solo istante. Porca miseria, mi vengono i brividi, quella sedia mi porta fuori dal tempo: è il portale dell’Infinito. E a guardarla bene qualche volta vi ho visto seduto Giacomo Leopardi.

Io so una cosa che lei mi ha confidato. E che qui voglio svelarvi. Lo faccio con una poesia di Giuliano Paolini, Vecchia sedia:

Se ne sta appoggiata fra due bidoni
quasi invisibile
come se volesse tenere per se chissà quale segreto
ma di cose da dire ne avrebbe tante
con grande dignità aspetta
e con uno strano alone di bellezza.

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