Il teatro che ci manca e che si può fare soprattutto nei piccoli centri

Foto di Tima Miroshnichenko

Il teatro è prima di tutto comunità e parla alla comunità. La prima parte di questa espressione deriva dal fatto che una compagnia, un gruppo è una micro-società. Ciò accade fin dal Cinquecento quando davanti al notaio appaiono i primi membri delle compagnia della Commedia dell’Arte. Finiva il bando durante il medioevo della Chiesa contro gli attori e gli spettacoli teatrali. Terminava il teatro giullaresco dei singoli e s’inaugurava una nuova stagione con le compagnie italiane che girarono il mondo allora conosciuto e che vennero apprezzate soprattutto in terra di Francia. Da allora quelle formazioni ricreavano al loro interno dinamiche sociali che di fatto furono un laboratorio del tipo di strutture sociali che poi sarebbero venute. E per questo vennero osteggiate dalle istituzioni rinascimentali ma anche dei seicento. Soprattutto per la loro promiscuità. Non è un mistero se i primi teorici del socialismo si ispirarono ad esse.

La seconda parte della frase con cui si apre questo articolo si riferisce ai destinatari delle drammaturgie e quindi della loro messa in scena. Che siano spettacoli in cui la borghesia per tanto tempo si celebrava e si rispecchiava o che siano critiche feroci all’ipocrisia di certi ambienti come accadde con la penna di Ibsen, comunque il teatro parla ad una comunità con cui può avere continuità od opposizione. Il Novecento ha ravvivato questi rapporti con diverse avanguardie artistiche e due italiani hanno fatto a pezzi il teatro così come lo conoscevamo e ricomposto. Il primo è stato Dario Fo che rompe con le rappresentazioni teatrali di regime e rifonda il suo stesso linguaggio, assieme a Franca Rame, riprendendo la tradizione degli zanni, progenitori della maschere, e dei giullari. Il secondo è Carmelo Bene che atomizza i classici e li reinserisce in una pratica teatrale nuova, sulla base soprattutto di due principi guida che fanno luce sulla sua pratica del palcoscenico: il depensamento e la phoné.

Oggi restiamo orfani della stessa idea di parlare a qualcuno. Guardiamo al passato ma non riusciamo, per ora, a trovare un nuovo senso per il teatro. Sembra però che almeno in qualche caso e ancora una volta in Italia stiamo percorrendo la strada popolare, che però non va confusa con quella popolaresca. La prima è quella che Ascanio Celestini sta percorrendo con i suoi racconti. La seconda, sciagurata, è quella delle continue riproposte di Scarpetta e De Filippo. Sempre in termini di racconto, di teatro che una cattiva etichetta chiama “civile”, si sono distinti Marco Paolini e Marco Baliani.

Se c’è una possibilità di rinnovare le radici profonde del teatro questa è legata ai piccoli centri. Ho già scritto un articolo in questo senso parlando di tre problemi sociali che questa antica arte può aiutare a risolvere, soprattutto al sud. All’epoca di TikTok e delle sua continue scariche di dopamina, delle intelligenze artificiali che stanno sostituendo diverse attività umane, di un’offerta di intrattenimento sugli schermi casalinghi o degli smartphone pensare ad uno spettacolo teatrale è una sfida pazzesca.

Eppure è questo guanto che può ridare vita a centri storici spopolati, a cittadine che faticano a trovare una loro dimensione, ai tanti disorientati dalla progressiva riduzione della socialità e della comunicazione con il protrarsi di una pandemia della quale non riusciamo a vedere la fine. Stringersi attorno ad una rappresentazione teatrale, sebbene con il rispetto delle normative vigenti, è oggi più che una necessità. Abbiamo bisogno di capire che cosa ci succede dentro la nostra stessa anima, fare i conti con la verità.

A me questo teatro manca tanto. E a te?

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