A cosa serve la recitazione

Foto di cottonbro.

A cosa serve la matematica si chiede uno studente svogliato o curioso che sia. A cosa serve la religione potrebbe chiedersi un ateo con connessa voglia di abolirne l’insegnamento nelle scuole oppure un credente in vena di approfondimenti. Ma a cosa serve la recitazione se lo chiede chi magari è in procinto di iscriversi ad un corso per attori. Nel precedente post abbiamo spiegato cos’è quest’arte, in cosa consiste. In questo articolo invece accenniamo alla sua utilità.

Abbiamo già visto che più che “recitare” si dovrebbe dire “giocare sula scena”, che è meglio abbandonare il senso del verbo italiano inadatto a descrivere l’operato di un attore. E a nessuno verrebbe in mente di chiedere a cosa serva giocare, tranne che ai ricercatori universitari o a persone ossequiose in modo estremo, seriose e che hanno dei problemi di qualche tipo. Il gioco è un’attività universale: non riguarda solo i bambini ma anche adulti, anziani e anche gli animali. Tutti abbiamo una particolare predisposizione a giocare nei tanti modi possibili da soli, con dei device, o in giochi di spiaggia, di società, ecc.

Quello a teatro o su un set cinematografico è solo un gioco più organizzato, con delle regole precise, con dei codici, allo scopo di produrre intrattenimento, divertimento, emozioni, ecc. È un po’ come fare il calciatore: più sali di livello e più le cose si fanno serie, ci sono più fan e più interessi economici. Ma alla base resta la voglia di giocare, senza di quella niente ha senso. Questo lo sa benissimo qualsiasi bambino. Per lui il gioco non è tanto un passatempo o un’attività che lo aiuta a crescere. Prima di tutto il gioco, a questa età, è istinto, è passione pura, è una voglia irrefrenabile. Tutti noi siamo stati bambini: non potevamo non giocare.

Vivere un personaggio, comportarsi come lui, averne gli stessi pensieri è il primo desiderio di un attore. Tutto lo porta a fare questo. Ne è innamorato. Ci pensa di continuo. E proverebbe anche per mesi, persino anni, un certo ruolo. Non è perciò la somiglianza fisica con Nelson Mandela che ha fatto di Morgan Freeman il protagonista di Invictus. E nemmeno quella di Ben Kingsley con Gandhi gli ha fatto avere la parte. O, almeno, il phisique du role ha avuto un ruolo secondario. Semmai è la voglia di giocare più degli altri che ti fa fare le scelte giuste a un casting.

Se decidi di partecipare ad uno dei tanti format del mondo dell’improvvisazione teatrale la prima regola è divertirsi. Te lo diranno ovunque andrai e con chiunque deciderai di intraprendere questo percorso. Lo so perché è successo a me che ho approcciato tre realtà diverse tra loro di questo filone. Ma anche nei corsi per il teatro di prosa o per il cinema vale la stessa impostazione: o muori dalla voglia di capire le regole e di metterti in gioco o hai sbagliato corso.

In definitiva la recitazione, come il gioco, serve a liberare le energie giuste per la scena, a fornire del giusto carburante di entusiasmo le necessarie attività, a farci fare quel minimo lavoro quotidiano su noi stessi o sul personaggio anche quando siamo giù di corda e non ci andrebbe. La recitazione accende l’attore, gli fa vibrare tutte le corde giuste e quindi lo fa brillare davanti agli spettatori. È molto più di un mestiere, è un’arte da privilegiati e per la quale l’attore è disposto a morire sulla scena o a rimandare una vitale operazione al cuore pur di finire le riprese come fece Massimo Troisi ne Il postino.

E per te a cosa serve la recitazione? Parlane nei commenti se vuoi. A breve terrò anche un corso per attori di cui parlerò presto in questo blog. Continua a seguirlo. Se vuoi puoi anche prenotare una lezione privata.

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