Le parole fresche e quelle puzzolenti

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Cerco parole aderenti alle cose. Per questo parlo poco, non mi ricordo da quanto. Anni, di sicuro. Preferisco scrivere. Già le parole sono un’astrazione. Quando, poi, si abusa di esse siamo di fronte a cumuli, muri d’immondizia, maleodoranti, nauseabondi. La parola o è fresca o è meglio tacere. Il parlare sia come l’erba dei campi bagnata dalla rugiada del mattino. Altrimenti diventa come i rimasugli dopo il mercato della frutta e della verdura quando fa caldo: il tanfo si sente da lontano. Per questo spesso mi astengo da conversazioni che per lo più sono stantie, pesanti. Stiamo morendo di chiacchiere.

Perché uno crede, come ahimè fanno gli speaker delle radio, che parlare del più e del meno, di argomenti “leggeri” sia quello che va fatto. Ma la domanda è: di che cazzo stai parlando? Milioni di radio nel mondo che commentano le notizie più curiose e divertenti, secondo loro, sono la carogna delle chiacchierate, quelle belle, vive, ricche di senso. Anche se, attenzione, sono il primo a cui piace parlare delle tette delle donne e anche dei loro culi.

La gente va a cena per chiacchierare. E al momento degli amari o dell’alcool c’è il picco delle stronzate. Una volta, al sud ma anche nei Balcani ste cene tra familiari e parenti spesso finivano in tragedia perché si tiravano fuori i coltelli e si regolavano vecchi conti. A me, per esempio, quando i miei parenti mi fanno notare più di una volta il sovrappeso che mi accompagna da un po’ di anni li farei fuori con un fucile automatico, anche se voglio loro un mondo di bene. Sappiamo, poi, bene come però le armi più violente siano le parole stesse. E quante volte ci pentiamo per aver detto cattiverie? E quante volte, inoltre, sentiamo ogni sorta di adulatori, ipocriti, leccaculi?

I guru indiani, i mistici, ma anche scrittori, chi si occupa di affabulazione per mestiere passano periodi, più o meno lunghi, in silenzio e lo raccomandano agli altri. Conoscono la corruzione della lingua che temono anche i capi delle mafie, per altre ragioni: in questo caso è meglio seguire l’esempio di Tommaso Buscetta e parlare. Leo Longanesi, coniò su richiesta di Benito Mussolini, il motto “Taci, il nemico ti ascolta”. C’era, allora, la paura che le informazioni rilevanti arrivassero ad orecchie sbagliate. Oggi “il nemico” ci ascolta in modo organizzato e costante attraverso i social e può anche arrivare ad ascoltarci attraverso Alexa e i microfoni dello smartphone.

Io non dico di starsene sempre zitti, anche se periodi di silenzio nella giornata ci fanno bene, ma di pensare, di usare parole che si allontanino il meno possibile dalla natura, dagli oggetti, dalla vita e magari di leggere e rileggere le poesie di Eugenio Montale e i romanzi di Erri De Luca.

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