Il corpo tra il papa e la Carrà

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Ho male a un piede e al collo in queste settimane tra caldo afoso, vaccini, variante Delta, europei di calcio, intervento a Bergoglio e morte di Raffaella Carrà, avvenuta ieri 5 luglio 2021. Di colpo ho più acciacchi del solito e anche insistenti, io che fra tre anni segnerò i cinquanta all’anagrafe. Pare che per ora abbiano ragione gli uccelli del malaugurio che mi dicevano che all’approssimarsi di quell’età sarebbero cominciati i fastidi fisici. Non so se sia così. Peraltro il mal di testa mi accompagna dalla nascita, come capitò ad Andreotti. L’altro mio problema è, da diversi anni, il mal di schiena che ora sembra estendersi a un arto e alla cervicale, problemi dei quali discuto con medico e amici fisioterapisti. Qualcosa mi dice di far attenzione al corpo che, è evidente, ho costretto a qualche sforzo improvviso negli ultimi tempi. Ma io che per fortuna sempre più esco dalla casualità spazio-temporale non ne attribuisco il motivo a quelli. Me ne guardo bene. Di un male fisico occorre smetterla di cercare ragioni nella fisiologia, se ne facciano una ragione i sanitari. Non voglio dire neanche che bisogna considerare lo stress e sentimenti tossici come ansia, paura, ecc. Semmai tutto questo amplifica qualcosa che c’è già. E da questo punto di vista il nostro corpo è alle prese con un’infiammazione continua, di base, per costituzione. È il gioco tra batteri buoni e batteri cattivi, tra scariche di ormoni che ci fanno bene e altri male, ecc. Siamo sospesi tra lo Yin e lo Yang. I cinesi e la loro medicina tradizionale magari lo sanno meglio. Quando un dolore arriva c’è un messaggio che ha a che fare con direzioni da prendere, con qualcuno da perdonare ecc. Tuttavia c’è un’innegabile tendenza all’aumento dei fastidi man mano che l’età avanza. Perché?

Perché dobbiamo morire, è evidente. E qualcosa prima o poi ci deve pur accoppare. Questo mi sembra ovvio. Ma perché quest’unità al carbonio nella quale c’è l’immanenza dell’anima individuale e la connessione con l’anima universale, che è il nostro corpo, s’infiamma, si corrompe, diventa dolorante e conosce il decesso? Che bisogno c’è di questo travaglio? Tutto comincia con dei punti deboli che persino gli dei hanno. Così capita che ti godi le belle partite dell’Italia agli europei di calcio e all’improvviso vedi che il più in forma e generoso dei suoi giocatori, come Spinazzola, all’improvviso si ferma e chiede il cambio. Il suo tendine d’Achille ha fatto crack. Tecnicamente Achille era un semidio, perché figlio del mortale Peleo e della ninfa marina Teti. Certa tradizione dice che era invulnerabile, tranne che nel tallone. È il simbolo, quindi, di quella vulnerabilità che riguarda anche quei corpi-icona che sono soggetti anche loro a invecchiamento, malattia, morte. Anche se si vorrebbe vederli sempre lì, al loro posto, come le effigie sulle banconote. Se la regina d’Inghilterra non invecchia o lo fa molto lentamente milioni di inglesi si sentono più tranquilli. Se i cattolici, che hanno già avuto un duro colpo con Giovanni Paolo II, continuano a vedere Bergoglio alla finestra si sentono rafforzati nel loro credo. Se i personaggi dello spettacolo come Gigi Proietti e Raffaella Carrà continuano a fare numeri, far ridere, ballare e cantare ci dimentichiamo della morte e stiamo tutti più allegri.

Invece come nei quadri di Caravaggio la corruzione avanza anche sulla più bella e lucente delle mele. Persino il corpo della Madonna diventa sfatto. E già prima al termine dei venti anni del Rinascimento in cui sembrava che la felicità eterna fosse calata nel mondo, Michelangelo, che ne era stato uno dei massimi interpreti, scopre il tormento e lo dipinge nel Giudizio Universale, accanto al trionfo del corpo che aveva già raffigurato prima nella volta. Perché alla fine di questo si tratta: di continua rappresentazione, di show a volte impietoso che mai si spegne. Solo l’armonia con l’Universo, con le sue trame sottili, le emozioni e i sentimenti più nobili assieme ad una certa cura e manutenzione di se stessi ci permettono di invecchiare in serenità, con una buona qualità della vita. Lo sapevano bene i patriarchi delle Bibbia, tra cui Mosè, che morì vecchissimo.

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