Dacci oggi il nostro sterile post quotidiano

Passiamo il 90% del tempo sui social a propagandare noi stessi, qualunque minchiata che facciamo. E se non abbiamo niente da fare ci spariamo selfie in qualsiasi posto dove siamo. Ci mostriamo felici, beati, sereni e persino saggi e dispensatori di massime, consigli e frasi illuminate. Perché lo facciamo? Per non essere da meno degli altri. Se, infatti, notiamo che i nostri amici hanno partner bellissimi, case fantastiche, macchine fighe scatta il meccanismo della competizione sociale, spesso frutto dell’invidia, e quindi annunciamo al mondo quanto il nostro pene o le nostre tette siano più grandi e grosse.

E questo non solo per gli aspetti più materiali. Uno scrittore elogerà i suoi libri, un attore i suoi spettacoli, un muratore le case che fa. Tutto è fantastico, tutto è ben fatto, tutto è il massimo. Altrimenti giù con sentenze, lamentele, giudizi e accuse sugli altri senza se e senza ma. Molto di rado vedo che qualcuno parla di qualcosa che riguarda altre persone. Per esempio parliamo mai di uno spettacolo che abbiamo visto e che ci è piaciuto? Oppure di un film? Al massimo ci mettiamo davanti alla tastiera per denigrare un locale se non ci è piaciuto e se secondo noi ci hanno servito male.

In testa a noi tutti c’è l’equazione social = pubblicità gratuita. Così il parrucchiere ci tempesta con tutti i tagli possibili che fa, lo chef con tutti i piatti che cucina, l’imbianchino con tutte le case che imbianca. E i like e i commenti arrivano, attenzione, perché le persone riconoscono quel post, il più banale possibile, come qualcosa che anche loro avrebbero potuto realizzare. Se stiamo sulla stessa barca bene, per ragioni di visibilità mettiamo like e commenti. Se poco poco c’è qualcosa di avulso, di diverso, che richiede un minimo di fatica, di pensiero, un approfondimento o leggere qualcosa allora si resta ignorati e isolati.

Così sembrerebbe. Perché in realtà tutti quei like e commenti sono effimeri, inutili, il 99% delle volte non in target. In pochi prima di postare pensano a chi si stanno rivolgendo e cosa vogliono comunicare. Per questo siamo davanti a un oceano dell’inutilità, della mediocrità e della piattezza. Già faremmo un favore ai nostri fan se postassimo di meno. Soprattutto Facebook campa su questi meccanismi perversi perché ha deciso di assecondare i comportamenti degli utenti. Instagram è un po’ a metà strada per varie ragioni. Twitter è un po’ troppo lo sfogatoio delle frustrazioni. TikTok, forse, si salva da questa logica anche se c’è troppo trash e anche qualcosa di peggio.

La ricerca dell’attenzione a tutti i costi ci sta portando in un buco nero, come ho già scritto in un articolo sui social. È ora di lasciare da parte la visibilità di noi stessi e della misera vita che conduciamo e di interessarsi, per davvero, a qualcuno o a qualcosa. Gino Strada non ha perso tempo, in tal senso.

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